Bankitalia, Visco indagato per la vicenda Popolare di Spoleto

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La procura ipotizza per 8 persone i reati di corruzione, truffa, abuso  d’ufficio e infedeltà. “Ignorata l’offerta di Hong Kong”

SPOLETO.  Un’offerta da cento milioni di euro buttata inspiegabilmente nel cestino, l’accordo-quadro per l’ingresso di Banco Desio coperto da omissis, una cessione di crediti per 95 milioni di euro che misteriosamente finisce in perdita. C’è qualcosa di più del semplice ” atto dovuto”, dietro l’iscrizione sul registro degli indagati del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e di altre sette persone per l’affaire della Banca popolare di Spoleto. Lo suggeriscono sia la gravità dei quattro reati ipotizzati in concorso (corruzione, infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, truffa e abuso d’ufficio), sia l’impenetrabile ” no comment” dietro cui si è trincerata la procura di Spoleto, dopo che il Fatto ieri ha rivelato l’esistenza di un fascicolo, il n°2267/2015, a carico di Visco e di chi ha gestito la Bps negli ultimi due anni. Anche da Via Nazionale assicurano massima collaborazione con i magistrati ma chiariscono di “Non poter entrare nel merito” della vicenda

L’esposto madre. Sul tavolo del procuratore capo Alessandro Cannavale si sono accumulate, nei mesi, decine di denunce da parte dei soci della Scs, la cooperativa ” Spoleto crediti e servizi” che prima dell’arrivo di Banco Desio controllava la Bps con il 51 per cento delle quote. C’è un esposto, però, che conta più degli altri, in calce porta la firma di un centinaio di soci e Repubblica è in grado di anticiparne il contenuto. Con decine di documenti, si ricostruisce nel dettaglio l’operato dei tre commissari indagati (Giovanni Boccolini, Gianluca Brancadoro, Nicola Stabile), che la Banca d’Italia nominò nel 2013 quando Bps e la cooperativa controllante sono finite in amministrazione straordiaria. Sono citati anche i tre membri sotto indagine del comitato di sorveglianza (Silvano Corbella, Giovanni Domenichini, Giuliana Scognamiglio) e l’attuale vertice di Bps, nonché vice presidente di Banco Desio, Stefano Lado. E’ una ricostruzione di parte ma a è su questi documenti che si concentrano i magistrati.

“Piano di ricapitalizzazione fittizio”. Il primo atto dei tre commissari, dopo l’insediamento, è trovare chi possa pompare nelle casse in crisi della Bps almeno 130 milioni di euro. Quattro i soggetti che si interessano: Banco di Desio, la Popolare di Bari, Banca Popolare di Vicenza e Clitumnus. “A febbraio del 2014 – si legge nell’esposto scritto dall’avvocato Riziero Angeletti – i commissari sostengono in una relazione che Banco Desio sia il più idoneo”. La Consob dà il via libera e il primo aprile dello scorso anno, a Milano, Boccolini firma un accordo-quadro con l’istituto brianzolo, depositato alla Camera di commercio con diversi omissis: prevede l’aumento di capitale, riservato al Banco Desio, di ben 139,7 milioni di euro tramite l’emissione di 77 milioni di azioni ordinarie. Un’operazione che mette la Bps in mano al Banco Desio e riduce al 15 per cento la quota societaria della coop di Spoleto. “Una ricapitalizzazione fittizia”, la definiscono i denuncianti, “perché la Scs non riceve in cambio alcun controvalore economico. Banco Desio ha preso il controllo di Bps a prezzi irrisori”.

La maxi offerta del fondo di Hong Kong. Qui cominciano le contestazioni. La prima riguarda proprio il commissario Boccolini e un suo presunto conflitto di interessi. “Ha avuto in passato rapporti lavorativi con i vertici di Banco Desio, già colpita da inchieste giudiziarie per riciclaggio internazionale”, si legge. Ma c’è dell’altro. Il 13 giugno 2014 si presentano a Spoleto gli emissari della Nit Holdings Limited di Hong Kong (il fondo di investimento che ha provato a entrare anche nel Monte dei Paschi di Siena), con un’offerta clamorosa: la ricapitalizzazione per 139 milioni di euro, più altri 100 milioni per comprare tutte le azioni della cooperativa. Sul tavolo mettono anche 25 milioni di euro come acconto. “Tale vantaggiosa proposta veniva rifiutata subito dai commissari – recita l’esposto – per motivi futili e pretestuosi, in base ad asserite mancanze di garanzie”.

L’assemblea del 16 giugno 2014. Tre giorni dopo, 16 giugno, si tiene l’assemblea dei soci Bps. E’ l’incontro cruciale, si deve decidere se accettare l’ingresso di Banco Desio o riconsiderare l’offerta Nit. Il delegato della coopertiva Scs, “scelto dai commissari e sodale con essi”, vota per la prima ipotesi. In quel momento la coop è ancora socia di maggioranza, quindi quel voto risulta decisivo. Il giorno stesso Carlo Ugolini, uno dei firmatari dell'” esposto madre” e presidente della Associazione Aspo Credit, si presenta in procura sostenendo che si sia trattato “di un grave atto di infedeltà patrimoniale”. A Repubblica, aggiunge: “Abbiamo subito un esproprio. La Bps è sempre stata controllata dalla cooperativa di Spoleto, in modo democratico e condividendo le scelte”. Dov’è la corruzione, però? E che ruolo avrebbe avuto Ignazio Visco in questo?

La contropartita. L’ipotesi di corruzione in capo al governatore di Bankitalia, che ieri è salito al Quirinale per conferire con il presidente Mattarella, al momento sfugge. Secondo l’avvocato Angeletti, è indagato perché “consapevole delle vicende e perché ha concorso alla nomina dei tre commissari”. Il decreto di commissariamento, tra l’altro, già bocciato dal Consiglio di Stato per carenza di istruttoria, è stato confermato dal Tesoro. Nelle denunce dei soci si avanza l’ipotesi che la cessione della filiale di Torino della Bps alla Popolare di Vicenza “sia stato il prezzo pagato dai commissari affinché l’istituto vicentino si ritirasse dalla competizione”. E si chiedono chiarimenti anche su un altro atto, definito “contrario ai doveri d’ufficio”: i commissari hanno ceduto crediti Bps pari a 95 milioni di euro ricavandone una perdita di 5 milioni. “E’ scritto nella loro relazione finale. Come è stato possibile?””.

Tratto da La Repubblica

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