Tutti i retroscena del fallimento della vecchia Banca Etruria

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Quando l’11 febbraio scorso i funzionari di Banca d’Italia interruppero la riunione del Cda e invitarono l’intero vertice a togliere il disturbo, commissariando l’istituto, la Banca Popolare dell’Etruria era tecnicamente fallita. Semplicemente perchè con le nuove maxi-perdite rilevate dagli ispettori della Vigilanza la banca non aveva più un briciolo di capitale. È quanto emerge dal verbale ispettivo di Via Nazionale che Il Sole 24Ore ha potuto consultare.

Un j’accuse duro e inquietante che narra di una gestione più che disinvolta dell’istituto aretino più volte rilevata da Bankitalia che sottopose la banca a più ispezioni almeno dal 2012, tutte chiusesi con rilievi di forte criticità, culminate con una sanzione al Cda e ai sindaci per oltre 2,5 milioni di euro nel settembre del 2014. Nulla però cambiò, nonostante le richieste pressanti, nè durante nè dopo, tanto da condurre la banca dell’oro al capolinea amaro del commissariamento.

Forse tardivo , di certo inevitabile. Ecco cosa trovarono gli ispettori tornati ad Arezzo a metà novembre del 2014 dopo le sanzioni comminate a fine settembre. La task force della Vigilanza rilevò una banca agonica. La perdita d’esercizio a fine 2014 esplose a 517 milioni di euro, dopo che Bankitalia impose svalutazioni su crediti malati per oltre600 milioni. Una pulizia drastica di un bilancio che aveva tenuto in vita artificiosamente prestiti che non sarebbero più rientrati. Quella perdita (l’ultima) ha finito per azzerare il patrimonio netto che ammontava a poco più di mezzo miliardo. Per gli ispettori il deficit di capitale aveva toccato i 590 milioni e i requisiti patrimoniali necessari a operare erano scesi a un misero 0,66% di Cet1. Il nulla. Patrimonio dissolto definitivamente.

Ma la distruzione patrimoniale di Etruria è solo l’epilogo drammatico di una gestione non certo assennata e densa di conflitti d’interesse. Proprio su questo punto, e come aveva già anticipato Il Fatto Quotidiano, Bankitalia scoperchia il vaso di Pandora.I 13 ex amministratori e i 5 ex sindaci cumulano 198 posizioni di fido a loro concessi per ben 185 milioni. Ne vengono utilizzati 142 con perdite per la banca di 18 milioni. Non solo ma di questi soldi dati agli amministratori ben 90 milioni finiscono tra i prestiti in incaglio e sofferenza. Non verranno cioè restituiti. Fanno parte di quel lento accumulo di prestiti malati che sono la vera croce per l’istituto.

Nel mezzo dell’ultima ispezione conclusasi con il commissariamento gli ispettori della Vigilanza rilevano una vera e propria montagna di crediti cattivi. Il totale ammonta a fine 2014 alla cifra record di 3 miliardi. Un record assoluto nel sistema bancario italiano dato che vale il 40% degli impieghi dell’istituto aretino. Di questi 3 miliardi ben 2 miliardi, scrivono gli ispettori, sono sofferenze. Da sole valgono più di 3 volte il capitale della banca. Capitale fittizio dato che con le svalutazioni imposte il patrimonio un attimo dopo è del tutto polverizzato.

Ma in questo percorso di lenta distruzione della banca cosa fanno gli ammistratori? Sembrano non accorgersi della gravità della situazione. Nel periodo 2013-2014 quando la banca è già nel mirino di Bankitalia vengono spesi in consulenze ben 15 milioni di euro: incarichi vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti. Non solo ma la banca continua a largheggiare nei compensi ai suoi vertici. Negli ultimi 5 anni consiglieri e sindaci incassano oltre 14 milioni di euro, mentre la banca da loro gestita cumula perdite per quasi 300 milioni, prima dell’epilogo finale cui si sommano altri 500 milioni. Gli amministratori pensano ad altro. Se i crediti malati sono il vulnus dell’istituto si dovrebbe intervenire con forza.

Tale e tanto è il disinteresse che addetti al recupero crediti ci sono, come dettaglia il rapporto, solo 19 dipendenti. Sono l’1% del totale dei dipendenti. Dovrebbero smaltire 650 pratiche a testa, quando l’ennesima società di consulenza (ovviamente ben remunerata) spiega che una gestione efficace implica che ogni addetto non debba avere più di 250 pratiche a testa. E poi c’è l’affaire dell’offerta di acquisto a 1 euro per azione della banca (quando il titolo valeva 75 centesimi,ora l’azione non vale più nulla) da parte della Vicenza. È probabile che per come sono andate le cose a Vicenza quell’offerta non avesse dietro di sè i soldi necessari, ma è un fatto che il vertice della banca respinse sdegnato la proposta. Con il senno di poi quella proposta avrebbe salvato le migliaia di picoli soci dalla distruzione completa del loro investimento.

Ora che il danno è compiuto restano i cocci. Restano sullo sfondo le inchieste della Procura di Arezzo che ha comunicato quest’estate l’avviso di chiusura indagini per l’ex presidente Giuseppe Fornasari, l’ex direttore generale Luca Bronchi e il direttore Davide Canestri per i reati di ostacolo all’attività di Vigilanza in merito alla cessione del Palazzo della Fonte e alla non corretta comunicazione nel 2012 della situazione economica e patrimoniale della banca. E pochi giorni fa si è chiusa l’indagine con l’accusa di false fatturazioni che vede coinvolti oltre a Fornasari e Bronchi anche Lorenzo Rosi.

Al di là della coda di carattere penale resta il dramma degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati che hanno perso tutto quello che avevano investito nella loro banca del territorio. Solo due anni fa i soci erano stati chiamati a un aumento di capitale da 100 milioni per un valore dell’azione a 60 centesimi. E l’ex presidente Fornasari aveva commentato: «Un’ulteriore conferma del fatto che rappresentiamo a pieno titolo il ruolo di Popolare di riferimento del Centro Italia e di banca solida, dal corpo sociale coeso». Un’enfasi del tutto fuori luogo, visto quel che è accaduto.

Tratto da Il Sole 24 ore

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