Banca D’Italia – Parte 4° Dagli anni Cinquanta a Maastricht

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Banca D'Italia La storia

La Storia della Banca D’Italia in 5 parti

(tratto da www.bancaditalia.it)

Dagli anni Cinquanta a Maastricht

Gli anni della ricostruzione e dello sviluppo

Gli anni Cinquanta furono per l’Italia un periodo di sviluppo economico sostenuto, in un contesto di stabilità monetaria. La scelta dell’apertura internazionale, che introdusse salutari stimoli concorrenziali nel nostro sistema economico, fu consolidata con l’adesione alla Comunità Economica Europea (1957) e con l’introduzione (1958) della convertibilità della lira in altre valute per i non residenti (convertibilità esterna).

La Banca, guidata da Donato Menichella (succeduto nel 1948 a Einaudi, nominato presidente della Repubblica), puntò a garantire le condizioni di lungo periodo che favoriscono il processo di accumulazione: si interessò direttamente ai problemi dello sviluppo e del Mezzogiorno senza mai abbandonare il controllo della moneta. Gli strumenti della politica monetaria consistevano nella manovra dei saggi di sconto e di anticipazione – che però rimasero fermi per otto anni fra il 1950 e il 1958 – e nel controllo del credito, esercitato anche attraverso la moral suasion. Il riassorbimento periodico della liquidità in eccesso fu ottenuto per mezzo di emissioni di titoli pubblici. L’azione di vigilanza fu volta in primo luogo a evitare il ripetersi di episodi di immobilizzo degli attivi bancari. Si cercò di fare in modo che la struttura del sistema bancario fosse aderente a quella del sistema industriale: di qui il favore per le piccole banche, ritenute più vicine alle imprese minori (localismo).

Nel 1960 Guido Carli fu nominato Governatore della Banca d’Italia. Negli anni successivi si realizzò una graduale trasformazione del quadro strutturale dell’economia del Paese, il sistema creditizio assunse sempre più il compito di riallocare le risorse tra consumi e investimenti e tra settore pubblico e privato. Dalla metà degli anni Sessanta l’azione monetaria fu orientata alla stabilizzazione del corso dei titoli mobiliari, per favorirne il collocamento e quindi incentivare gli investimenti.

Nel campo della ricerca economica, gli strumenti di analisi del Servizio Studi furono perfezionati, in particolare con la costruzione del modello econometrico e con la realizzazione dei “conti finanziari”.

Per quanto riguarda il sistema creditizio, per la prima volta dagli anni Trenta furono assecondate concentrazioni bancarie, con l’intento di accrescere l’efficienza tecnica degli intermediari, ma si escluse nettamente il ritorno al modello della banca mista. Fu istituita la Centrale dei rischi.
Gli anni della turbolenza

Il decennio Sessanta si chiuse in mezzo a gravi difficoltà economiche. La fine degli accordi di cambio concordati a Bretton Woods (agosto 1971), il passaggio alla fluttuazione dei cambi, il brusco aumento del prezzo del petrolio aprirono un lungo periodo in cui convissero due mali ritenuti fino a quel momento antitetici: stagnazione e inflazione.

In Italia l’inflazione fu notevolmente più alta che nella media dei paesi industriali. Tra il 1973 e il 1984 non scese mai al di sotto del 10 per cento. Essa ebbe importanti cause interne che si aggiunsero all’aumento dei prezzi internazionali: le forti tensioni sul mercato del lavoro, l’incremento della spesa pubblica non accompagnato da incremento delle entrate, la scarsa concorrenza. Molto giocò il venir meno dell’effetto disciplina rappresentato dal sistema di cambi fissi.

La politica di stabilizzazione dei corsi dei titoli, divenuta troppo onerosa, fu abbandonata. Al fine di conciliare il sostegno degli investimenti con il controllo della domanda interna, e di contenere l’aumento dei tassi di interesse, nel 1973 furono introdotti strumenti amministrativi di controllo del credito (massimale sugli impieghi, vincolo di portafoglio) e controlli valutari. L’indirizzo tendenzialmente restrittivo della condotta monetaria fu rivolto in Italia, come in altri paesi industriali, verso obiettivi intermedi di tipo quantitativo (credito totale interno) esplicitamente dichiarati.

da sx. Baffi, Carli e Menichella

Nel 1975 Carli lasciò la guida della Banca; gli successe Paolo Baffi, Direttore Generale dal 1960. In occasione della crisi valutaria del 1976 la Banca rese più incisivo il massimale sugli impieghi e vennero inaspriti i controlli valutari allo scopo di accrescere l’efficacia della manovra restrittiva. Più volte la stessa Banca sottolineò i costi e i limiti connessi con l’adozione di un tale strumentario. Fu quindi avviato un processo volto a rafforzare la capacità della politica monetaria di operare attraverso il mercato, in particolare attraverso l’acquisto e la vendita di titoli (operazioni di mercato aperto). A questo fine nel 1975 furono intrapresi i primi passi per la creazione di un vero mercato monetario, con i mutamenti nelle procedure di emissione dei Buoni ordinari del Tesoro e la riforma degli obblighi di riserva.

Nel dicembre 1978 l’Italia aderì al Sistema Monetario Europeo (SME). Essa ottenne che la banda di oscillazione entro cui poteva fluttuare la lira fosse più ampia (6 per cento sopra o sotto la parità centrale) di quella consentita agli altri paesi (2,25 per cento) perché il differenziale di inflazione rispetto a questi ultimi, pur restringendosi, era ancora ampio.

L’azione di vigilanza fu volta a incoraggiare il rafforzamento patrimoniale, a migliorare gli assetti statutari e organizzativi delle istituzioni creditizie, a dare spazio alla concorrenza. Nella seconda parte del decennio furono estesi i controlli ispettivi e perfezionate le tecniche di analisi. Per far fronte alla crescente esigenza di coordinamento fra autorità nazionali in materia di supervisione bancaria, si giunse al “concordato di Basilea” del 1983.

Nel 1979 un evento drammatico colpì i vertici della Banca d’Italia. Un’iniziativa giudiziaria – basata su argomentazioni che successivamente si dimostrarono del tutto infondate – portò all’incriminazione del Governatore Baffi e all’arresto del Vice Direttore Generale Sarcinelli. La vicenda mise a dura prova l’Istituto. La generale dimostrazione di solidarietà da parte dell’opinione pubblica qualificata, italiana e internazionale, l’indipendenza e il prestigio dell’istituzione e delle persone consentirono di superare la grave emergenza.

A Paolo Baffi, che preferì dimettersi, successe, nell’ottobre di quell’anno, Carlo Azeglio Ciampi, che dopo una lunga carriera in Banca era stato nominato Direttore Generale nel 1978.
La lotta all’inflazione e Maastricht

Il secondo shock petrolifero del 1979-80 alimentò nuovamente la corsa dei prezzi. Ma tre fattori contribuirono a promuovere un processo di diminuzione dell’inflazione e di ristrutturazione del sistema produttivo: l’entrata in funzione, nel 1979, dello SME, al quale si accompagnò una politica poco accomodante, che portò al rafforzamento del cambio reale; l’acquisizione da parte della Banca centrale, a partire dal 1981, della piena autonomia nelle decisioni di acquisto dei Buoni ordinari del Tesoro non optati dagli operatori nel corso delle aste periodiche (il cosiddetto “divorzio”); la moderazione salariale conseguente al forte aumento della disoccupazione e al depotenziamento della scala mobile. I tassi di interesse reali tornarono a valori positivi.

Proseguì lo sforzo, avviato dalla seconda metà degli anni Settanta, volto a rafforzare l’efficacia del controllo monetario mediante strumenti di mercato: attraverso un sistema efficiente di aste per l’emissione dei Bot e un funzionale mercato interbancario dei depositi si formò finalmente un vero mercato monetario. Nel 1987 il tasso di inflazione raggiunse un minimo: 4,7 per cento. Nel 1990 la lira aderì alla “banda stretta” di oscillazione. L’inflazione ebbe tuttavia una ripresa (fino al 6,5 per cento nel 1990), dovuta anche ad irrisolti problemi strutturali del paese; divenne preoccupante il disavanzo delle partite correnti; diminuirono gli investimenti. Il riaggiustameno del sistema Italia rimaneva dunque parziale, fragile.

Nel febbraio del 1986, con l’approvazione dell’Atto unico europeo, si stabilirono le tappe del processo volto all’abolizione, da completare entro il 1992, delle barriere che ancora dividevano i mercati dei paesi membri della Comunità. Sei anni dopo, nel febbraio 1992, si giunse alla firma del Trattato di Maastricht, che sta alla base della moneta unica europea e del Sistema europeo delle banche centrali. Nel 1990 il completamento della liberalizzazione valutaria chiuse un ciclo di legislazione vincolistica iniziato nel 1934. Fu favorita l’integrazione internazionale del sistema economico e finanziario italiano.

Dagli anni Ottanta la supervisione della Banca d’Italia si è estesa agli intermediari non bancari, limitatamente agli aspetti attinenti alla stabilità del sistema finanziario. E’ iniziato il passaggio da una vigilanza “strutturale” – cioè volta a orientare, per mezzo di autorizzazioni, la struttura del sistema – a una vigilanza “prudenziale”, prevalentemente fondata su regole generali di comportamento. Nel 1990 sono state approvate tre leggi fondamentali concernenti: la banca pubblica e i gruppi (la cosiddetta legge “Amato-Carli”), le attività in valori mobiliari, la tutela della concorrenza. La prima legge ha equiparato le condizioni competitive degli operatori, individuando nella società per azioni il modello generale per lo svolgimento dell’attività bancaria, e ha posto le basi per il trasferimento al settore privato della proprietà bancaria; ha inoltre disciplinato i gruppi creditizi. La seconda legge ha disciplinato intermediari e mercati nel comparto dei valori mobiliari. Il terzo provvedimento ha introdotto principi e strumenti per la tutela della concorrenza.

Negli stessi anni la Banca d’Italia si è posta l’obiettivo di migliorare l’efficienza e l’affidabilità dei servizi di pagamento: si è attuata la completa informatizzazione del sistema di compensazione nazionale e della movimentazione dei conti che le banche detengono presso l’Istituto; è stato varato il Mercato telematico dei depositi interbancari (MID).

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